“Il professore cambia scuola” di Olivier Ayache-Vidal

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Protagonista del film è un professore (Denis Podalydès, membro della Comédie-Francaise) che insegna in un prestigioso liceo della Parigi bene. Dopo essersi fatto bello con una funzionaria ministeriale si trova catapultato direttamente nella realtà ben più disagiata di una scuola delle banlieue.

Nel film non solo i ragazzi impareranno molto dal professore Francois Foucault, ma lui stesso apprenderà molto dagli studenti, tanto da uscirne cambiato.

Tanti i film sull’argomento dall’indimenticabile L’attimo fuggente con il suo “Capitano, mio capitano…” al più recente La classe di Laurent Cantet, che raccontava l’anno scolastico di un insegnante francese all’interno di una scuola media parigina sempre di periferia. Quali le differenze? “La scuola è la stessa, ma il protagonista è totalmente diverso. Il film di Cantet è stato scritto da François Bégaudeau, che era un insegnante in crisi. Si è accorto di non saper insegnare e, anziché mettersi in discussione, ha deciso di cambiare mestiere e si è messo a scrivere. Ha quindi scritto il libro La classe e la sceneggiatura dell’omonimo film, nel quale interpreta anche il protagonista. Quel film di fatto racconta il fallimento di un professore che pensa sia impossibile un cambiamento, soprattutto in un certo tipo di scuole della banlieue, e quindi c’è una sorta di rassegnazione al fatalismo e al fatto che non si possa fare nulla per questi ragazzi. Al contrario io mando un messaggio esattamente opposto: sono i professori che devono adattarsi e fare emergere quanto c’è di buono negli alunni. Il loro è un lavoro molto difficile”.

Grazie a un finale aperto e allo sfumare la potenziale parte romantica del film (il rapporto tra Francois e una giovane professoressa, fidanzata con l’insegnante di matematica che è più una “zavorra” che altro) Ayache-Vidal è riuscito a tenere fuori la retorica. “E’ stato difficile e complesso e per farlo è stata davvero preziosa l’osservazione sul campo della realtà che mi ha permesso di vedere le persone con tutte le proprie debolezze- spiega -. Ho spesso conversato con i professori e ho scritto ben quindici versioni della sceneggiatura proprio per liberarla da tutti i cliché. Ho partecipato ai consigli di classe e agli incontri pedagogici e ho assistito realmente a un consiglio disciplinare nel quale mi avevano accertato che un alunno non sarebbe stato espulso quando poi è stato mandato via”.

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