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«Mio zio Jens» arriva al cinema: una storia di migrazione, identità e legami familiari

Il rapporto tra un giovane cresciuto in Norvegia e lo zio arrivato dal Kurdistan iraniano è al centro di «Mio zio Jens», esordio nel lungometraggio di Brwa Vahabpour.

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Mio zio Jens
«Mio zio Jens» – Foto di Jørgen Klüver, courtesy Ufficio stampa Di Milla Macchiavelli.

Arriverà nei cinema italiani dal 1° ottobre «Mio zio Jens», esordio nel lungometraggio del regista curdo-norvegese Brwa Vahabpour. Il film, una coproduzione tra Norvegia e Romania della durata di 98 minuti, sarà distribuito da Cineclub Internazionale Distribuzione e ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International Italia.

Con uno stile capace di alternare ironia, tensione e momenti più intimi, l’opera affronta il tema della migrazione attraverso il rapporto tra un giovane cresciuto in Norvegia e lo zio arrivato dal Kurdistan iraniano. Una storia familiare che diventa progressivamente una riflessione sull’identità, sulle proprie radici e sul significato della parola “casa”.

Una visita destinata a cambiare ogni equilibrio

Il protagonista è Akam, un giovane insegnante di letteratura che conduce una vita tranquilla a Oslo, dividendo un piccolo appartamento con alcuni amici. La sua quotidianità viene improvvisamente sconvolta dall’arrivo di Khdr, uno zio con il quale ha perso da tempo i contatti.

Giunto dalla regione iraniana del Kurdistan, l’uomo chiede di essere ospitato per alcuni giorni. Akam, legato al senso di responsabilità nei confronti della famiglia, accetta nonostante gli spazi ridotti e una situazione domestica già poco agevole.

Quella che dovrebbe essere una breve permanenza, però, si prolunga ben oltre il previsto. Khdr si comporta come se fosse a casa propria e non sembra avere alcuna intenzione di ripartire. Tra incomprensioni, tensioni con gli altri inquilini e situazioni dai risvolti comici, Akam comincia a sospettare che dietro l’arrivo dello zio si nascondano ragioni molto più profonde di una semplice visita familiare.

Rivelazioni ed eventi inattesi costringeranno entrambi a confrontarsi con il proprio passato, con le responsabilità individuali e con ferite che appartengono anche alla storia del popolo curdo. La convivenza forzata diventa così l’inizio di un percorso capace di modificare radicalmente il rapporto tra i due uomini e il corso delle loro vite.

Vivere tra culture e identità differenti

Attraverso i suoi protagonisti, Brwa Vahabpour esplora il difficile equilibrio tra le aspettative della famiglia e della società e il desiderio di scegliere liberamente la propria esistenza. Akam vive sospeso tra culture diverse e si trova costretto a ridefinire il legame con le proprie origini, dalle quali aveva cercato in parte di prendere le distanze.

La visita di Khdr riporta alla luce un’eredità fatta non soltanto di tradizioni e affetti, ma anche di traumi collettivi, sradicamento e cicatrici trasmesse da una generazione all’altra. Il confronto con lo zio conduce quindi Akam verso una maggiore consapevolezza di sé e del luogo al quale sente realmente di appartenere.

Il regista sceglie di raccontare la migrazione senza limitarla alla dimensione drammatica. Le difficoltà vissute da chi è costretto a lasciare il proprio Paese rimangono centrali, ma vengono osservate anche attraverso l’umorismo, le contraddizioni quotidiane e la comicità che può emergere persino nelle situazioni più complesse.

L’obiettivo dichiarato da Vahabpour era infatti quello di realizzare un film divertente e ricco di suspense, capace però di accompagnare gradualmente lo spettatore verso riflessioni più profonde.

La lingua come potere e vulnerabilità

Uno degli elementi centrali di «Mio zio Jens» è il ruolo della lingua, considerata non soltanto uno strumento di comunicazione, ma anche una forma di potere per chi riesce a padroneggiarla e una fonte di fragilità per chi non può esprimersi pienamente.

Traduzioni, equivoci e parole che assumono significati differenti a seconda di chi le pronuncia o le interpreta diventano parte integrante del rapporto tra Akam e Khdr. È proprio attraverso queste incomprensioni che il protagonista scopre aspetti inattesi della propria personalità, alcuni rassicuranti e altri più difficili da accettare.

Secondo Vahabpour, ci si può sentire stranieri persino quando si parla la propria lingua madre. Il film mostra quindi quanto il modo di comunicare contribuisca a costruire l’identità personale e a determinare gli equilibri all’interno delle relazioni.

Per conservare pienamente questo aspetto dell’opera, Cineclub Internazionale ha scelto di mantenere le due lingue originali parlate nel film, senza ricorrere al doppiaggio italiano. I dialoghi saranno accompagnati dai sottotitoli.

Il patrocinio di Amnesty International Italia

«Mio zio Jens» ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International Italia. L’organizzazione ha sottolineato la capacità del film di raccontare, attraverso dialoghi arguti e momenti capaci di suscitare sorrisi, le dinamiche sempre più complesse dell’asilo in Europa e le ragioni che costringono il popolo curdo ad abbandonare la propria terra.

Con uno sguardo affettuoso ma mai indulgente verso i suoi personaggi, il primo lungometraggio di Brwa Vahabpour mette in scena l’incontro e lo scontro tra due generazioni e due differenti modi di vivere l’appartenenza. Da una convivenza inattesa nasce così un racconto universale sui legami familiari, sull’eredità del passato e sulla ricerca di un luogo nel quale potersi finalmente sentire a casa.

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